Un referendum per domarli

L’europeismo ragionieristico, le crisi economiche, quell’establishment in cerca di piccole rendite di posizione. Stop. Manifesto per un voto sulla Costituzione italiana da cui uscire più autorevoli, pure in Europa

Maria Elena Boschi con il presidente del Consiglio Matteo Renzi (foto LaPresse)

di Francesco Clementi e di Marco Piantini | 12 Luglio 2016 ore 11:19

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Portare il nostro sistema politico alla modernità costituzionale in numerosi suoi lineamenti”; una sfida centrale, tanto più valida se “i nostri ordinamenti sapremo collegarli, coordinarli, renderli consonanti con le realtà europee e mondiali”. Con queste parole, nel maggio 1999, nel suo discorso di insediamento come capo dello stato, Carlo Azeglio Ciampi chiamava il Parlamento e il paese tutto, a partire dalle nuove generazioni, a rafforzare il processo di cambiamento dei sistemi di governo, tanto in Italia quanto in Europa. Così come, in modo simile, lo stesso presidente Napolitano, nel discorso di insediamento del maggio 2006, ribadiva l’intima connessione della necessità di riforme in Italia e in Europa per favorire “l’affermazione di un nuovo ordine internazionale di pace e di giustizia”.

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Da allora, nonostante alcune riforme chiave siano riuscite a farsi largo, abbiamo visto gli ultimi decenni dominati per lo più da un europeismo debole rispetto alle sfide del tempo; teso meccanicamente a badare più a un profilo economico ragionieristico che a incastonare quest’ultimo, invece, dentro grandi ragioni valoriali, capaci di dare un senso ulteriore e più chiaro alle scelte che si stavano compiendo. Quelle che, dai padri fondatori, passando per Spinelli, fino ai nostri giovani che si muovono con naturalezza in Europa, affermano e confermano la forza intrinseca di un’Europa unita. Una Europa dotata di politiche comuni all’altezza del tempo, politiche che si è tardato clamorosamente a costruire anche nella stagione del riformismo europeo tra anni Novanta e inizio di questo secolo.

Il referendum sulla Brexit, in tal senso, ha posto con chiarezza britannica il tema nei suoi due aspetti: quello di società europee – non solo della “vecchia” Europa, non ci si illuda – colpite da paure, egoismi e chiusure, per lo più introflesse nelle loro divisioni, spesso accecate da un semplicismo analitico, figlio di un’accettazione passiva e inconsapevole di ciò che accade loro intorno; e quello di una miopia delle e nelle élite dirigenti nel cogliere, con vera responsabilità, lo spirito del tempo.

Forse non poteva essere diversamente, tenuto conto dell’interazione tra tempo e velocità che oggi viviamo. E tuttavia non si può non vedere che proprio la globalizzazione in sé come processo, per funzionare a dovere, facendo crescere i suoi benefici, abbisogna innanzitutto di classi dirigenti consapevoli che mettano in opera strumenti nazionali e internazionali all’altezza. Altrimenti le possibilità che la globalizzazione offre finiranno da un lato a ridursi a poco; mentre dall’altro, finiranno invece per far aumentare molto fenomeni di polarizzazione sociale ed economica già piuttosto chiari.

Che fare, dunque? Innanzitutto, prendere atto di ciò, rapidamente. E dunque reagire, con intensità e senza ipocrisie, superando decenni di occasioni fallite e di speranze deluse, tanto in Europa quanto in Italia: anni fatti di un tempo caratterizzato spesso più da interessi di corto respiro che da scelte consapevoli e lungimiranti per rendere le nostre comunità migliori. E poi, senza falsi e queruli timori, dotarsi di istituzioni più forti, in Europa e in Italia; istituzioni capaci di essere pilastri di autorevolezza. Luoghi dove trovare il senso dello stare insieme e del libero confronto, oltre la mera fotografica rappresentazione elettorale delle nostre divisioni sociali e politico-culturali, divisioni spesso artificialmente portate agli estremi in un groviglio di esasperazione, improvvisazione e drammatizzazione; luoghi dove trovare stabilità e governabilità politica per dare una risposta concreta ai problemi che il tempo del Nuovo millennio pone, oltre che la voce sola delle nostre ansie e paure. Senza paura di decidere e delle responsabilità che, dunque, ne conseguono.

Per questo serve accelerare su politiche che inneschino riforme, anche istituzionali, in Europa e in Italia. Cogliendo l’occasione storica, come paese, di superare l’accumulo di problemi lasciati irrisolti negli anni, indirizzando le nostre società nel cambiamento che questo tempo impone, dotandoci di nuovi strumenti politico-istituzionali – sempre naturalmente perfettibili – non da ultimo nella consapevolezza che le nostre comunità sono sempre più molecolarizzate e individualistiche, attraversate, divise e corrose innanzitutto dalle due pesanti crisi economiche di questi ultimi dieci anni. Allora, non si possono sprecare le occasioni per paura di cambiare. Né per mantenere piccole rendite di posizione personale, né per difendere micro-interessi. Quando va in crisi la fiducia e la speranza nelle società, la storia del mondo insegna con chiarezza che è necessario ripartire dall’essenziale, che nel nostro caso è innanzitutto quello di ri-costituire le condizioni istituzionali per agganciare meglio lo sviluppo economico, approvando positivamente il referendum sulle riforme del prossimo autunno.

Un referendum per cambiare, un referendum per decidere che, a maggior ragione in casi del genere, si impone la necessità di approfondire il merito della scelta da fare, cercando le interconnessioni e i vantaggi delle proposte di cambiamento, non cedendo all’impulso del semplicismo che, inevitabilmente, il richiamo referendario prevede. L’esperienza della Brexit sta lì a dimostrare come di semplificazione e di propaganda bugiarda anche sui costi si muore. E la prova migliore ne è il fatto che, come è stato detto, l’ammontare totale del costo economico-finanziario pagato il primo giorno successivo al voto è stato maggiore di quanto è stata addirittura la contribuzione del Regno Unito all’Unione europea in quarant’anni. Dunque, che si mettano da parte gli eccessi semplificatori, le scorciatoie intraprese in modo energico, perché davvero forse siamo, come ha sottolineato da tempo Tony Judt, in un “mondo guasto”, fatto di populismo e antipolitica. E allora c’è bisogno di spiegare, di far capire, di presentare le ragioni del cambiamento per l’oggettività che esse rappresentano. Senza cedere a quel modo caricaturale di illustrare le scelte che, sempre più, domina il dibattito pubblico.

La realtà e le soluzioni adeguate a essa hanno una forza intrinseca potente, tutta da sfruttare. Il tempo davanti a noi è quello di un confronto sulla Costituzione: un confronto alto e, allo stesso tempo, molto puntuale e concreto. Un confronto sul merito, che riscoprendo la nostra Costituzione e i suoi valori, adegui le sue istituzioni al tempo di oggi. Vorremmo dire che siamo chiamati, insomma, a una scelta civile, prima che politica. Una grande opportunità di educazione civica, da realizzare tutti insieme, per rafforzare le ragioni che ci uniscono.

D’altronde, l’instabilità che il mondo ci mostra, rivela anche quanta forza potente può sprigionare un paese che, al contrario, si ritrova – tutto insieme – nel cambiamento delle sue istituzioni, rafforzando al tempo stesso i valori della sua Costituzione.

Perciò non si perda l’occasione, tramite un voto positivo al referendum che ci aspetta, per dimostrare a noi stessi e a un’Europa sempre più in preda all’ingovernabilità, come nuovamente le elezioni spagnole hanno dimostrato, che non basta dire no; e che è possibile trovare una strada civile, democratica e di popolo perché il nostro destino collettivo non sia quello di tornare a periodi oscuri della storia dalla quale questi decenni ci avevano allontanato con forza. In Italia, come in Europa, va favorita e promossa una cultura del cambiamento che rifiuti, innanzitutto, l’egemonia culturale di un inevitabile declino. La bussola l’abbiamo, l’occasione storica altrettanto. Basta dare una chiara e convincente risposta alle domande inevase di riforme e di cambiamento, imponendoci tutti, a partire innanzitutto dalle classi dirigenti, di interpretare questo momento con una responsabilità consapevole dell’altezza dei problemi e del compito che il mondo “nuovo” pone.

Categoria Italia

Commenti

Lorenzo Tocco • un'ora fa

Post scriptum: il titolo alla Tolkien è di cattivo auspicio per Renzi-Sauron, alla fine si sa come va a finire.

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Lorenzo Tocco • un'ora fa

Invece di parlare di aria fritta, perchè non si va mai al sodo, perchè non viene spiegata nei dettagli la riforma? Perchè, evidentemente, se si entrasse nel merito questo porterebbe ancora più acqua al mulino dei "no", mentre è facile trincerarsi dietro i luoghi comuni tipo "ammodernamento della costituzione", "occasione imperdibile", "snellimento dell'iter delle leggi".

Si dice che i cittadini dovrebbero conoscere almeno un po' la costituzione, si parla di esami di conoscenza della stessa per chi chiede la cittadinanza; ora provate a spiegare o capire il nuovo articolo 70, cuore della riforma.

Auguri. (mi scuso per la lunghezza, ma non l'ho scritto io)

Art. 70. -- La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere per le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali, e soltanto per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, le altre forme di consultazione di cui all'articolo 71, per le leggi che determinano l'ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni, per la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea, per quella che determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l'ufficio di senatore di cui all'articolo 65, primo comma, e per le leggi di cui agli articoli 57, sesto comma, 80, secondo periodo, 114, terzo comma, 116, terzo comma, 117, quinto e nono comma, 119, sesto comma, 120, secondo comma, 122, primo comma, e 132, secondo comma.

Le stesse leggi, ciascuna con oggetto proprio, possono essere abrogate, modificate o derogate solo in forma espressa e da leggi approvate a norma del presente comma. Le altre leggi sono approvate dalla Camera dei deputati. Ogni disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati è immediatamente trasmesso al Senato della Repubblica che, entro dieci giorni, su richiesta di un terzo dei suoi componenti, può disporre di esaminarlo. Nei trenta giorni successivi il Senato della Repubblica può deliberare proposte di modificazione del testo, sulle quali la Camera dei deputati si pronuncia in via definitiva. Qualora il Senato della Repubblica non disponga di procedere all'esame o sia inutilmente decorso il termine per deliberare, ovvero quando la Camera dei deputati si sia pronunciata in via definitiva, la legge può essere promulgata. L'esame del Senato della Repubblica per le leggi che danno attuazione all'articolo 117, quarto comma, è disposto nel termine di dieci giorni dalla data di trasmissione. Per i medesimi disegni di legge, la Camera dei deputati può non conformarsi alle modificazioni proposte dal Senato della Repubblica a maggioranza assoluta dei suoi componenti, solo pronunciandosi nella votazione finale a maggioranza assoluta dei propri componenti. I disegni di legge di cui all'articolo 81, quarto comma, approvati dalla Camera dei deputati, sono esaminati dal Senato della Repubblica, che può deliberare proposte di modificazione entro quindici giorni dalla data della trasmissione. I Presidenti delle Camere decidono, d'intesa tra loro, le eventuali questioni di competenza, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti. Il Senato della Repubblica può, secondo quanto previsto dal proprio regolamento, svolgere attività conoscitive, nonché formulare osservazioni su atti o documenti all'esame della Camera dei deputati

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Giorgio Salzano • 4 ore fa

C'è, mi sembra, un non sequitur. Prima viene descritta una situazione di smarrimento popolare e inadeguatezza culturale delle élite euro-americane di fronte ai tempi nuovi della accelerazione delle comunicazioni planetarie - la così detta globalizzazione - e poi mi viene proposta come avvio verso il cambiamento l'approvazione della riforma costituzionale. Lasciando da parte i meriti di questa riforma (non so se pochi o molti), temo che una sua approvazione non inciderebbe affatto sulla scarsa intelligenza delle élite, che soprattutto contribuisce allo smarrimento del popolo.

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