La tregua crolla, Israele attacca Gaza: «356 morti». L’esercito ordina l’evacuazione. Gli Usa: «Hamas ha scelto la guerra»
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Dopo «il ripetuto rifiuto» di Hamas di «rilasciare i nostri ostaggi e di tutte le proposte ricevute dall’inviato del presidente Usa
18 Marzo 2025 - 05:20 Alessandro D’Amato,open.online lettura4’
Netanyahu: «Non rilasciano i nostri ostaggi». Gli attacchi aerei sui siti ricostituiti dopo il cessate il fuoco. Hamas: «Morto un prigioniero israeliano, Netanyahu usa la guerra come ancora di salvezza»
La tregua crolla. Con l’operazione a sorpresa «Forza e Spada», Israele attacca Gaza dopo due mesi di calma apparente.
Nella notte del 18 marzo Tel Aviv riprende le operazioni militari contro Hamas dopo che il gruppo militante palestinese ha respinto la proposta Usa di estendere il cessate il fuoco.
Dopo «il ripetuto rifiuto» di Hamas di «rilasciare i nostri ostaggi e di tutte le proposte ricevute dall’inviato del presidente Usa, Steve Witkoff, e dai mediatori», fa sapere il premier Benjamin Netanyahu, insieme al ministro della Difesa Israel Katz, ha ordinato all’Idf di «agire con forza» nell’enclave palestinese, «prendendo di mira obiettivi in tutta la Striscia». Secondo un primo bilancio il raid ha provocato 356 morti. Tra questi, secondo il gruppo armato palestinese, ci sarebbe anche uno degli ostaggi trattenuti nella Striscia dal 7 ottobre 2023. I mediatori, presumibilmente Qatar e Stati uniti, sarebbero al lavoro per tentare di «frenare l’aggressione di Israele», ha anticipato un funzionario palestinese.
Bombe sulla Striscia, Hamas: «Un ostaggio morto»
Da una parte Tel Aviv, che promette di non «smettere di combattere finché tutti gli ostaggi non saranno tornati a casa e tutti gli obiettivi di guerra non saranno stati raggiunti».
Dall’altra Hamas, che accusa il premier israeliano Benjamin Netanyahu di «sacrificare i suoi ostaggi, imponendo loro una condanna a morte, per usare gli attacchi come scialuppa di salvataggio politica».
In mezzo i civili e, secondo quanto ha riferito un esponente di Hamas ad Al-Araby Al-Jadeed, proprio gli ostaggi. Uno di questi sarebbe infatti morto, e altri rimasti feriti. Bombardamenti che, ripetono i vertici del gruppo militare palestinese, costituiscono «una cancellazione unilaterale del cessate il fuoco», iniziato lo scorso 19 gennaio.
Gli attacchi aerei
L’esercito israeliano sta lanciando una serie di ondate di attacchi aerei. L’aeronautica sta operando contro centinaia di nuovi siti che il movimento islamista ha ricostituito nei due mesi di cessate il fuoco, dopo aver reclutato più di 20.000 nuovi terroristi di Hamas e della Jihad islamica. Israele ha informato in anticipo l’amministrazione Trump sugli attacchi di questa notte. Secondo fonti israeliane finora l’aeronautica ha colpito decine di obiettivi nella Striscia di Gaza, tra cui comandanti e operativi di Hamas, tunnel e depositi di armi. L’Idf e lo Shin Bet hanno confermato in una dichiarazione congiunta che «stanno attaccando su vasta scala obiettivi dell’organizzazione terroristica Hamas in tutta la Striscia».
L’ok degli Usa
Il portavoce militare ha aggiornato le linee di difesa della zona al confine con l’enclave palestinese: «A seguito di una valutazione della situazione, è stato deciso che la zona al confine con Gaza passerà da un livello di piena attività a un livello di attività ridotto, il che non consente attività scolastiche». «Netanyahu e il suo governo nazista stanno rinnovando l’aggressione e la guerra di sterminio contro i civili indifesi nella Striscia di Gaza». Con «un colpo di stato contro l’accordo di cessate il fuoco, mettendo a repentaglio il destino degli ostaggi a Gaza», ha fatto sapere Hamas. «Stasera siamo tornati a combattere a Gaza alla luce del rifiuto di Hamas di rilasciare gli ostaggi e dopo le sue minacce di danneggiare i soldati dell’Idf e le comunità israeliane», ha affermato Katz. «Non smetteremo di combattere finché tutti gli ostaggi non torneranno a casa e tutti gli obiettivi della guerra non saranno raggiunti», ha aggiunto il ministro.
I 59 ostaggi
Secondo Tel Aviv Hamas trattiene ancora 59 ostaggi. A guidare la ripresa dei combattimenti è il nuovo capo di stato maggiore israeliano Eyal Zamir. Insieme a lui il capo dello Shin Bet Ronen Bar, dal bunker sotto il ministero della Difesa a Tel Aviv. Il piano di attacco è stato preparato e tenuto segreto all’interno dell’Idf per creare un’azione a sorpresa contro l’organizzazione terroristica. L’esercito ha dichiarato che l’attacco continuerà finché necessario e si estenderà oltre le operazioni aeree. Nelle prossime ore il governo dovrebbe votare il licenziamento di Ronen Bar deciso dal premier Benjamin Netanyahu.
La Jihad Islamica
La nuova offensiva lanciata da Israele su Gaza non gli «darà la superiorità sulla resistenza, né sul campo né nei negoziati. Non libererà Netanyahu e il suo sanguinario governo nazista dalla crisi da cui stanno fuggendo», ha fatto sapere la Jihad Islamica, accusando Tel Aviv di «aver deliberatamente sabotato tutti gli sforzi per raggiungere un cessate il fuoco. Ciò che Netanyahu e il suo barbaro esercito non sono riusciti a realizzare in 15 mesi di crimini e spargimenti di sangue, non riusciranno a realizzarlo di nuovo, grazie alla fermezza del nostro popolo oppresso e al coraggio dei nostri miliziani», ha aggiunto il gruppo palestinese.
Il bilancio dei morti
Alla luce della nuova offensiva israeliana su Gaza le forze di sicurezza egiziano-americane attualmente di stanza nel Corridoio Netzarim, che attraversa la Striscia nella zona centro-settentrionale da est a ovest, si stanno ritirando dalle loro posizioni. Un portavoce del ministero della Salute di Gaza dice alla Reuters che il numero dei morti ammonta a 356. «Hamas avrebbe potuto rilasciare gli ostaggi per estendere il cessate il fuoco, ma invece ha scelto il rifiuto e la guerra», ha dichiarato il portavoce del Consiglio per la Sicurezza nazionale della Casa Bianca, Brian Hughes, a Times of Israel dopo la ripresa dei bombardamenti massicci di Israele sulla Striscia di Gaza.
Netanyahu e le accuse di Hamas
Hamas ha accusato il premier israeliano Netanyahu di usare la guerra a Gaza come «ancora di salvezza» politica. Israele ha ripreso a bombardare massicciamente la Striscia mentre in patria il capo di governo è sotto pressione per il mancato rilascio di altri ostaggi. E per aver annunciato l’intenzione di licenziare il capo dello Shin Bet. In mattinata l’esercito di Israele ha inviato un avviso di evacuazione per Gaza e Khan Younis: «Queste aree specifiche sono considerate zone di combattimento pericolose! Per la vostra sicurezza, dovete evacuare immediatamente nei rifugi noti nella parte occidentale di Gaza City e in quelli di Khan Yunis. Continuare a rimanere nelle aree designate mette a rischio la tua vita e quella dei tuoi familiari».
Commenti
Come mai le Nazioni Unite, nella distribuzione delle statistiche sui morti di Gaza, da qualche settimana non fanno più riferimento ai “10 mila morti sotto alle macerie”? Quella dicitura compariva immancabilmente a guarnizione dei grafici recanti i dati relativi alle vittime del conflitto: da mesi, e via via nel tempo, c’erano 20 mila morti accertati, “oltre 10 mila sotto le macerie”, poi 30 mila, “oltre 10 mila sotto le macerie”, poi 40 mila, “oltre 10 mila sotto le macerie”. Ancora il 4 febbraio scorso, l’Ufficio per il Coordinamento degli Affari Umanitari dell’Onu comunicava: “47,540 vittime”, nonché “più di 10 mila persone registrate come disperse o sotto le macerie”.
Poi, dal 18 febbraio, puff!, quell’indicazione scompare. Perché? Un’ipotesi, forse, è questa. Nelle settimane di cessate il fuoco sono stati recuperati da sotto le macerie di Gaza circa seicento corpi. Qualcosa più di 200 nella prima settimana, e poi a decrescere sino a qualche decina negli ultimi giorni.
Naturalmente dispiace dover indugiare su questa contabilità di recupero mortuario….
Solo che quel numero, “10mila morti sotto le macerie”, ha compilato per mesi – in modo ossessivo e, appunto, mai verificato – non si sa più quanti rapporti dell’Onu, non si sa più quanti provvedimenti della Corte Internazionale di Giustizia, non si sa più quante denunce delle organizzazioni umanitarie e non si sa più quanti editoriali impettiti nel volantinaggio indignato di quelle statistiche.
Si potrebbe obiettare, come sopra, che non cambia nulla, nel senso che la morte in guerra anche di una sola persona non è meno tragica giusto perché non ci sono molte più vittime. Vero.
Ma allora perché indugiare nella propalazione di quei numeri non verificati? Dice: “Ma se anche fossero 670 anziché 10mila che cosa cambierebbe?”. Verissimo.
Ma allora, se non cambia, perché ci si affida a quei numeri falsi? E perché, quando se ne scopre l’inaffidabilità, si preferisce mettere sotto al tappeto i dati spacciati per veri fino al giorno prima?
Iuri Maria Prado 18 Marzo 2025 alle 13:14 ilriformista.it
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