Guerre e pace. La crisi più insidiosa in Medio Oriente? Quella tra Iran ed Emirati per le isole Tunb

In un angolo remoto del Golfo Persico, lontano dai clamori delle crisi mediorientali più celebri, poche isole apparentemente aride….

Jacopo Romanelli 31 Marzo 2025 insideover.it lettura5’

In un angolo remoto del Golfo Persico, lontano dai clamori delle crisi mediorientali più celebri, poche isole apparentemente aride stanno diventando il simbolo di una disputa che potrebbe ridisegnare gli equilibri di una delle regioni strategiche più desiderate al mondo. Le isole dell’arcipelago Tunb (Grande Tunb, Piccola Tunb, Abu Masa, Bani Forur, Forur e Sirri) sono al centro di un contenzioso tra Iran ed Emirati Arabi Uniti che, pur rimasto a lungo nell’ombra, si sta trasformando in un potenziale detonatore geopolitico. La loro posizione, a poche miglia dallo Stretto di Hormuz, le rende molto più che un semplice trofeo territoriale: sono una chiave per il controllo delle rotte navali che quotidianamente solcano l’area.

La flotta iraniana negli Emirati

Un episodio del 2025 ha riportato l’attenzione sulla disputa. In un evento raro e carico di significato simbolico, alcune navi della marina iraniana (la corvetta Shahid Rais Ali Delvarim, la corvetta Abu Mahdi al-Muhandis, la nave ausiliaria Nasser Shahid Sattar Mahmoodi e il vascello da attacco rapido IRINS Zereh) hanno compiuto una visita ufficiale al porto di Sharjah, negli Emirati, il 7 febbraio 2025, segnando un’insolita apertura nei rapporti tra Iran ed Emirati Arabi Uniti. La scelta di Sharjah come porto per ospitare la visita iraniana non è casuale: essendo un porto civile e non una base navale emiratina, ha permesso di accogliere le navi iraniane senza compromettere la sicurezza operativa degli Emirati e dei loro alleati. Ma di maggiore importanza è che Sharjah era l’Emirato che amministrava l’isola di Abu Musa quando fu conquistata dalle forze imperiali iraniane il 30 novembre 1971.

La visita della flotta iraniana, invece, arriva in un momento particolarmente delicato. L’apparato di sicurezza di Teheran è in uno stato di forte allerta, con il timore di offensive da parte di Israele, l’incertezza sulle mosse del presidente Trump e crescenti problemi interni, sia nelle zone di confine che nella capitale. La recente uccisione di due giudici di alto livello a Teheran ha reso la situazione ancora più tesa, al punto che il leader supremo Ali Khamenei è stato visto indossare un giubbotto antiproiettile durante un’apparizione pubblica. Tuttavia, un’eventuale destabilizzazione dell’Iran avrebbe ripercussioni negative sul commercio nella regione. Per questo motivo, gli Emirati Arabi Uniti potrebbero considerare momentaneamente utile una cooperazione navale con l’Iran per preservare lo status quo. Prima della partenza delle navi iraniane, il comandante del 5° Corpo navale delle guardie rivoluzionarie islamiche, Ramezan Abdollahi, ha incontrato ad Abu Dhabi la sua controparte emiratina, il maggiore generale Humaid Mohammed Al Rumaithi.

Un braccio di ferro lungo decenni

La genesi di questa disputa affonda le radici nel dominio britannico sul golfo, quando Londra amministrava i territori costieri attraverso trattati e protettorati. Pur non avendo mai colonizzato direttamente l’Iran, la Gran Bretagna aveva esercitato una forte influenza politica ed economica sul Paese tra il XIX e il XX secolo. Nel 1941, insieme all’Unione Sovietica, occupò temporaneamente l’Iran per garantire le forniture di petrolio agli Alleati durante la Seconda guerra mondiale. L’influenza britannica culminò nel colpo di Stato del 1953, orchestrato con gli Stati Uniti per rovesciare il primo ministro Mossadeq, che aveva nazionalizzato l’industria petrolifera.

Proprio in questo contesto il dominio sul golfo Persico divenne questione di vitale importanza. Le isole Tunb erano formalmente legate agli emirati di Sharjah e Ras al-Khaimah, ma l’Iran le ha sempre considerate parte della sua sfera d’influenza, citando antichi documenti persiani e la loro prossimità alla costa iraniana. Nel novembre 1971, mentre la Gran Bretagna si preparava a lasciare la regione e gli Emirati Arabi Uniti si proclamavano stato sovrano, lo scià Mohammad Reza Pahlavi colse l’occasione per intervenire. Con un’operazione militare rapida e quasi incruenta, le forze iraniane occuparono le isole, un giorno prima dell’indipendenza ufficiale degli Emirati.

Da allora, Teheran ha sempre difeso la sua mossa, ritenendola giusta per motivi storico-geografici mentre Abu Dhabi la considera un’usurpazione illegittima. Gli Emirati, appoggiati dal Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), un’organizzazione regionale, fondata nel 1981, che promuove la cooperazione economica, politica e di sicurezza tra Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Oman e Bahrein, e in particolare proprio dall’Arabia Saudita, hanno ripetutamente chiesto il ritiro iraniano, proponendo negoziati e mediazioni internazionali. L’Iran, però, ha sempre respinto ogni forma di dialogo, rafforzando invece la sua conquista con insediamenti civili e basi militari. Questo stallo, protrattosi per decenni, è rimasto un conflitto “freddo”, spesso dimenticato dalla stampa. Recenti sviluppi però suggeriscono che la temperatura stia salendo nuovamente.

Il peso strategico delle isole

Le isole Tunb sono piccole: Grande Tunb copre appena 10 chilometri quadrati, Piccola Tunb poco più di 2. Tuttavia, la loro collocazione le rende di notevole peso nel più ampio e complesso contesto geopolitico del Medio Oriente. Situate a circa 80 Km dallo Stretto di Hormuz, il collo di bottiglia attraverso cui passa il 20% del petrolio mondiale e una fetta significativa del gas naturale liquefatto, offrono un punto di osservazione privilegiato. Per l’Iran, controllarle significa avere occhi e armi puntati su una delle arterie economiche più importanti del pianeta, con la capacità di monitorare il traffico marittimo e, in caso di crisi, di minacciarne la chiusura. Proprio per questo motivo, negli ultimi anni, Teheran ha intensificato ulteriormente la militarizzazione delle isole. Esercitazioni navali con droni, batterie missilistiche costiere e sorvoli di caccia sono diventati la routine, ufficialmente giustificati come misure difensive contro “minacce esterne”.

Gli Emirati, insieme ai loro alleati sauditi e americani, vedono invece queste mosse come un chiaro messaggio: l’Iran è pronto a usare le Tunb come leva in un’eventuale escalation regionale. Abu Dhabi, dal canto suo, non è rimasta a guardare: ha investito in una campagna diplomatica nel 2016 per denunciare l’occupazione iraniana, portando la questione davanti alle Nazioni Unite, presentandola all’Assemblea Generale e cercando di sensibilizzare la comunità internazionale. Nel 2024 poi, una dichiarazione congiunta dell’Unione Europea e del Consiglio di Cooperazione del Golfo ha sollecitato l’Iran a porre fine all’occupazione delle isole, ma Teheran ha ribadito la propria sovranità su di esse. Ciononostante, ad oggi, tali mosse si sono rivelate di scarso successo.

Una disputa molto più ampia di quanto sembri

La contesa delle Tunb si intreccia con la più ampia rivalità tra Iran e Arabia Saudita, che da anni si affrontano in Yemen, Siria e Iraq. Gli Emirati, emersi come una potenza militare e tecnologica anche grazie agli accordi con Israele e agli investimenti in armamenti avanzati, vedono nelle isole un simbolo della loro legittimità regionale. Perdere questa battaglia significherebbe cedere terreno ad un Iran sempre più assertivo nel golfo. A complicare il quadro ci sono gli attori esterni. Gli Stati Uniti, con la loro Quinta Flotta stanziata in Bahrein, mantengono un interesse diretto nella sicurezza dello Stretto di Hormuz, mentre la Cina, che importa gran parte del suo petrolio attraverso quelle acque, osserva con attenzione, in silenzio. In questo gioco di specchi, le isole Tunb diventano un microcosmo delle tensioni globali.

Alla luce dei recenti avvenimenti, viene naturale pensare al destino dell’arcipelago Tunb. Per ora, l’Iran sembra intenzionato a mantenerle come avamposto strategico, un’arma da brandire in caso di necessità. Teheran, attualmente alle strette, potrebbe usarle come carta negoziale in futuri colloqui o come strumento di pressione contro i rivali geopolitici. Gli Emirati, invece, non sembrano disposti a cedere: la loro crescente influenza regionale, rafforzata dagli accordi di Abramo con USA e Israele del 2020 e da una diplomazia sempre più assertiva, li spinge a tenere alta la bandiera della sovranità.

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