Siemens, Audi e i colossi tedeschi traballano ‘grazie’ ai robot cinesi che stanno conquistando il mondo
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Oggi in Germania ci sono 3 milioni di disoccupati, il numero di posti di lavoro vacanti resta alto: 635mila, in calo rispetto al picco di 844mila del 2022.
Gianclaudio Torlizzi 20 Marzo 2025 alle 15:48 ilriformista.it lettura5’
Questo squilibrio riflette un problema strutturale profondo. Ma salario minimi a 15 euro, sul tetto d'Europa
Per l’industria tedesca, è stata un’altra settimana difficile. Questa volta i licenziamenti arrivano da Siemens, che ha annunciato oltre 6.000 esuberi a livello globale, di cui circa 2.600 in Germania. I tagli riguarderanno principalmente la divisione dedicata all’automazione industriale, mentre una parte minore interesserà il settore delle infrastrutture per la ricarica delle auto elettriche.
Se si considerano anche i recenti tagli annunciati da Audi, emerge chiaramente un divario tra le mosse del governo tedesco per superare il freno al debito e le aspettative delle imprese. Nonostante i nuovi investimenti in infrastrutture, le case automobilistiche e Siemens vanno avanti con i tagli. E ciò che colpisce di più è che i licenziamenti stanno colpendo settori che, teoricamente, dovrebbero rappresentare il futuro dell’industria. L’automazione industriale sarà fortemente influenzata dall’intelligenza artificiale e, se si punta davvero sulle auto elettriche, sarà necessario anche un sistema di ricarica efficiente.
Domanda esterna debole e concorrenza Cina
Tuttavia, nella spiegazione di Siemens sui motivi dei licenziamenti emergono due problemi che il solo aumento della spesa pubblica non può risolvere. Il primo è la debole domanda esterna, in particolare dalla Cina. Un aumento della spesa pubblica potrebbe sostenere la domanda interna in Germania, altro punto critico per Siemens, ma con il rischio di rendere le esportazioni meno competitive. Il secondo problema è la crescente concorrenza, soprattutto in Cina, da sempre il più grande mercato mondiale per la robotica industriale. Più della metà delle installazioni di robot industriali avviene in Cina, che è anche il principale mercato globale per i veicoli elettrici. Per Siemens, questo è un mercato cruciale.
I robot industriali di Pechino alla conquista del mondo
Negli ultimi anni, però, i produttori cinesi hanno conquistato una fetta sempre maggiore di questo mercato. Nel 2023, il 47% delle installazioni di robot industriali in Cina è stato realizzato da aziende nazionali, contro una media storica di circa il 28%. Questo rientra in una tendenza più ampia: la Cina sta scalando la catena del valore manifatturiero, con conseguenze dirette per aziende come Siemens, che in passato dominavano queste nicchie di mercato. Il problema di fondo della Germania con la Cina è che Pechino sta applicando la stessa strategia neo-mercantilista dei tedeschi, ma su una scala molto più ampia. Il risultato è che le aziende tedesche, dall’automotive alla chimica fino alla robotica, rischiano di essere progressivamente estromesse. Con il crescente deficit commerciale dell’UE nei confronti della Cina, la Germania ha cercato di compensare con un aumento delle esportazioni verso gli Stati Uniti. Ma ora, con i nuovi dazi in arrivo, anche questa strada appare sempre meno percorribile.
L’alto costo dell’energia
A tutto questo si aggiunge un problema che continua a pesare su altre aree dell’industria: l’alto costo dell’energia. L’industria ad alta intensità energetica in Germania non si è ancora ripresa dallo shock del 2022, quando i prezzi sono aumentati drasticamente. A gennaio 2024, la produzione industriale nei settori ad alto consumo energetico era ancora inferiore del 17% rispetto a gennaio 2022. Tra il costo dell’energia ancora elevato, la politica commerciale dell’amministrazione Trump e l’aggressivo mercantilismo cinese, il panorama per l’industria tedesca resta tutt’altro che incoraggiante.
La storia di Siemens, di cui abbiamo parlato sopra, rappresenta un monito. Perché un’azienda come Siemens annuncia licenziamenti proprio nel giorno in cui il Parlamento tedesco vota un gigantesco fondo per le infrastrutture? Le stazioni di ricarica per auto rientrano esattamente nella categoria della nuova spesa per investimenti. E se tutti si aspettano una “bazooka fiscale”, perché gli istituti di ricerca tedeschi continuano a prevedere tassi di crescita molto bassi?
Per capire questa apparente contraddizione, basta guardare a un dato interessante: del fondo da 100 miliardi di euro per la difesa, creato da Olaf Scholz subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina, finora ne sono stati spesi solo 23,6 miliardi, meno di un quarto. Come l’UE sa fin troppo bene con i fondi strutturali, per i governi investire concretamente non è affatto semplice. Il fondo infrastrutturale tedesco da 500 miliardi di euro, che si estenderà su 12 anni, si scontrerà con gli stessi problemi. Il suo impatto sugli investimenti sarà molto inferiore a quanto si immagina – e i tempi saranno molto più lunghi. A meno che il governo non introduca riforme strutturali per accelerare i processi burocratici. Ma al momento non si vede alcuna iniziativa in tal senso.
L’economista di Stanford Hanno Lustig sottolinea che la Germania non è l’unico Paese europeo con carenze di investimenti in difesa e infrastrutture. E questo non ha nulla a che fare con il freno al debito: è stata una scelta politica. Germania e altri Paesi hanno dato priorità ai trasferimenti sociali. In Gran Bretagna, stiamo vedendo quanto sia difficile per un governo riformare il welfare, perché i cittadini considerano questi flussi come un diritto acquisito e non come uno strumento temporaneo per affrontare le recessioni o le transizioni lavorative. L’SPD ha promosso la riforma del freno al debito con la motivazione ufficiale di liberare risorse per gli investimenti. Ma in realtà si tratta di creare margine di manovra fiscale spostando la spesa per investimenti e difesa fuori dal bilancio ordinario. Se il freno al debito fosse rimasto in vigore, la Germania avrebbe dovuto scegliere tra rispettare i suoi impegni NATO sulla difesa e riformare il welfare state. Ora, quella scelta non è più necessaria. E questo sarà probabilmente l’effetto economico principale di questa versione della riforma.
Salario minimi a 15 euro, Germania sul tetto d’Europa
L’SPD è il partito dello stato sociale e del salario minimo, che salirà da 12,82 a 15 euro l’ora, rendendo la Germania il Paese con il salario minimo più alto d’Europa. Il suo elettorato di riferimento non è costituito dai lavoratori, ma dai beneficiari del welfare. La CDU cercherà di introdurre qualche correttivo, come rimuovere alcuni beneficiari dal sistema o aumentare le sanzioni per chi rifiuta ripetutamente le offerte di lavoro. Tuttavia, nella pratica, queste persone sono poche: più si rimane disoccupati a lungo, più le possibilità di ricevere offerte di lavoro accettabili si riducono.
Attualmente, in Germania ci sono 3 milioni di disoccupati registrati. Se si includono anche coloro che partecipano a programmi di formazione sovvenzionati dallo Stato o sono in congedo per malattia, la cifra sale a 3,7 milioni. Il numero di posti di lavoro vacanti resta relativamente alto: 635.000, in calo rispetto al picco di 844.000 del 2022. Questo squilibrio tra domanda e offerta di lavoro è impressionante e riflette un problema strutturale profondo, che nessuna delle proposte dei futuri partner di coalizione sembra in grado di risolvere.
Gianclaudio Torlizzi