Sogno o son desto La Georgia in fiamme da cento giorni, tra ingerenze russe e voglia di Europa
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Il popolo profonda crisi politica e sociale, dopo il rifiuto del risultato delle elezioni georgiano sta vivendo una che hanno visto la vittoria del partito filorusso Sogno Georgiano.
16.3.2025 Giulio Albano. Linkiesta.it lettura6’
Da più di tre mesi migliaia di manifestanti protestano per preservare la propria identità e la speranza di un futuro europeo
Sono passati più di cento giorni da quando il popolo georgiano ha rifiutato il risultato delle elezioni politiche che hanno visto la vittoria del partito filorusso, Sogno Georgiano, e l’elezione del primo ministro Irakli Kobakhidze.
A non riconoscere la validità delle elezioni sono stati il Parlamento Europeo , gli Stati Uniti, la Francia, la Germania, l’Estonia e altri osservatori internazionali come Transperency International .
Le persone sono scese in piazza a migliaia quando il 28 novembre Sogno Georgiano ha annunciato che avrebbe sospeso le procedure di adesione all’Unione Europea, rientrando così nella sfera di influenza russa. Russia che i Georgiani conoscono bene, dato dal 2008 occupa militarmente il venti per cento del territorio georgiano, in modo simile a quanto fatto con l’Ucraina.
In questo articolo del 2 Dicembre, Sara Gianrossi ci ha raccontato come tutta la società civile si sia mobilitata contro la scelta di Sogno Georgiano, subendo ripetute violenze da parte della polizia, come riportato da Amnesty International.
Il punto di massima tensione è stato il 28 Dicembre, quando l’ex presidente e leader dell’opposizione Salome Zourabichvili ha scelto di lasciare il palazzo presidenziale e di fatto le redini del governo a Sogno Georgiano. Quella che molti considerano la reale presidente della Georgia ha preferito lasciare il palazzo ed evitare quindi un’escalation delle violenze di piazza. A livello internazionale Stati Uniti e Regno Unito hanno imposto delle sanzioni al nuovo governo, mentre l’Europa non è riuscita ad agire unitariamente e solo alcuni paesi hanno imposto misure sanzionatorie. Nel frattempo anche in Italia ci sono state manifestazioni della comunità georgiana, anche se sporadiche.
La Georgia è in stallo politico: il governo di Kavelashvili, ritenuto illegittimo da molti, si sta consolidando attraverso una repressione violenta. Ong e media denunciano centinaia di arresti e casi di tortura, mentre le proteste continuano contro l’influenza russa e per il futuro europeo del paese. Il governo alterna brutalità e strategie di logoramento per fiaccare il movimento che però ha già dimostrato una grande tenacia. Come andrà avanti la situazione? Ne abbiamo parlato con Luca Chikovani, cantautore e attore italo-georgiano.
intervista
Com’è l’atmosfera nelle strade durante quei giorni? E ora che sono passati oltre cento giorni pensi che sia cambiata?
La Georgia è un paese piccolo e ognuno sente questa battaglia come personale. Mi era stato sconsigliato di tornare perché il governo stava imprigionando o facendo aggredire le figure pubbliche, ma ogni giorno vedevo amici picchiati nei video online e non potevo più aspettare. Dopo essere stato in Ucraina per Natale, ho comprato un biglietto di sola andata per Tbilisi senza dirlo a nessuno. Appena arrivato, sono andato davanti al palazzo della presidente Zourabichvili: il governo aveva annunciato che l’avrebbe arrestata se non si fosse dimessa, per sostituirla con un ex calciatore, estremista e senza alcuna istruzione. Noi giovani ci siamo messi in catena umana per proteggerla, ma lei ha scelto una strategia diversa. In piazza, davanti al parlamento, l’atmosfera era magica. Da casa vedevo solo immagini violente, ma lì si sentiva un’energia di unione, fratellanza e determinazione. Abbiamo persino organizzato il capodanno più bello della 1,5 km davanti al parlamento, con ogni cittadino che portava cibo e vino da casa. È stato un momento di condivisione incredibile. Per ora queste proteste non si fermeranno perché i giovani sanno che, se questa battaglia non si vince, la Georgia cadrà nelle mani di questi criminali e noi non lo permetteremo.
Chi in Italia vuole supportare la causa georgiana come può fare?
In questo periodo ho messo da parte la mia carriera per concentrarmi completamente sulla mia nazione. In Italia ho iniziato riunendo i giovani emigranti che studiano e vivono qui, coinvolgendo poi anche i loro parenti e genitori, che hanno deciso di supportarci. Parallelamente ai 100 giorni di proteste in Georgia, anche noi abbiamo organizzato raduni e incontri ogni domenica a Roma e in altre città italiane. Mia madre, la pittrice Natia Japaridze, è stata una delle principali organizzatrici e continua a collegare più emigranti possibili. Sto lavorando per unire le giovani figure georgiane che studiano all’estero, ma dato che il governo monitora attentamente le mosse degli emigranti, preferisco non rivelare troppi dettagli sui nostri piani. Tuttavia, c’è una grande mobilitazione tra i migranti e i gruppi studenteschi universitari di Tbilisi, e stiamo creando un movimento che possa davvero fare la differenza.
La Georgia e l’Ucraina condividono una battaglia comune per l’indipendenza dalla sfera russa. In cosa somigliano e dove invece differiscono?
Sin da piccolo ho vissuto l’occupazione russa sulla mia pelle. Mia madre era a Tbilisi durante il massacro del 9 aprile 1989, quando l’esercito sovietico attaccò i manifestanti indipendentisti, uccidendo 21 persone e intossicandone migliaia con gas tossici. Nel 2008, ero in vacanza con mia nonna a Borjomi quando ci dissero di tornare subito a Tbilisi. Durante il viaggio, vidi file di mezzi militari e soldati stremati nei pick-up. Arrivati a Gori, trovammo il caos: bombardamenti russi, auto che si scontravano, persone in fuga. Una folla si aggrappò al nostro minivan per tentare di salire, e ricordo le mani di alcune anziane che mi stringevano disperate mentre mia nonna cercava di tenermi. Riuscimmo a scappare e vidi una scena indelebile: lunghissime file di persone che, sotto i bombardamenti, cercavano rifugio nelle chiese sulle colline. Bloccato a Tbilisi per settimane a causa della chiusura degli aeroporti, è stato mia nonna ad accendere in me questa energia di resistenza. Guardandomi negli occhi, mi disse: «Se i russi entrano, scendiamo al negozio di caccia, compriamo due fucili e resistiamo fino alla fine dal balcone». Quelle parole mi hanno segnato per sempre.
Quando è iniziata la guerra in Ucraina, ho capito subito cosa stava succedendo e mi sono fiondato al consolato ucraino a Milano per aiutare. Ho smistato medicine e beni essenziali per giorni, ma sentivo di dover fare di più. Così, da tre anni vado in missione in Ucraina una o due volte l’anno. Ho raggiunto Kharkiv, a pochi chilometri dal fronte, dove i missili arrivano in trenta secondi. Lì ho tenuto concerti e incontri con bambini, orfani e studenti. Ho lasciato pezzi del mio cuore a Kharkiv e Mykolaiv, dove ho conosciuto fratelli e sorelle nella resistenza. È difficile spiegare cosa si prova: paura nei primi giorni, poi un senso di forza e unione antichi, puri, che solo situazioni estreme riescono a risvegliare.
Con Hope Ukraine abbiamo collaborato con Amazon, Marvel, il governo italiano e la Camera di Commercio per inviare decine di tir di aiuti. Siamo riusciti a raggiungere villaggi nell’oblast di Mykolaiv, dove i russi fanno “safari” con i droni contro civili inermi. Per arrivare, abbiamo attraversato campi minati con un camion “tester” che apriva la strada. I soldati ci avevano dato giubbotti antiproiettile, ma una volta lì, vedendo i bambini senza alcuna protezione, mi sono vergognato. Ci siamo tolti tutto e abbiamo proseguito la missione.
Georgia e Ucraina hanno molte similitudini, soprattutto per l’uso della propaganda russa. I russi hanno perfezionato le tecniche del Kgb: inviano agenti senza bandiera per fomentare crisi, creando la percezione di un desiderio di indipendenza per poi “intervenire” a protezione della popolazione. In Georgia, hanno fatto prendere la cittadinanza ai loro cittadini nelle zone di confine per usarli come strumento politico nelle elezioni. Hanno capito come sfruttare la democrazia e la burocrazia contro di noi, e dobbiamo sviluppare nuove strategie per contrastare queste tecniche di manipolazione».
Come si stanno mobilitando le istituzioni italiane per la Georgia? E in generale, come trovi il clima politico sul tema?
Sono rimasto sbalordito dal grande aiutato che sto ricevendo dal popolo italiano, con cui i georgiani condividono molto, soprattutto al Sud. Ho sempre rappresentato l’Italia nei festival internazionali, pur avendo ancora il passaporto georgiano e sto provando a prendere la cittadinanza italiana, ma dopo 25 anni che vivo qui ancora non ci sono riuscito. Ora vedo una vicinanza incredibile: sono stato invitato da Mattarella al Quirinale con la presidente Zourabichvili e ad altri eventi, cercando di creare più ponti possibili tra Georgia e Italia. Sto ricevendo supporto dal senatore Marco Lombardo e da esponenti di +Europa, Pd ed Europa Radicale per diffondere la verità sulla Georgia e contrastare la propaganda russa. Partecipo a congressi e incontri pubblici perché oggi l’informazione è il nostro unico vero scudo.
C’è un appello che vorresti fare ai lettori de Linkiesta?
Molte persone ignorano cosa sia successo in Georgia, e nel 2008 ho sofferto nel vedere il silenzio dei media, che spesso hanno persino diffuso la propaganda russa. Oggi molti giornalisti evitano di raccontare certe verità perché troppo crude, ma chi siamo noi per decidere cosa omettere di fronte a massacri e atrocità? In pochi sanno che durante l’invasione russa del 2008, i soldati giocavano a calcio con le teste dei giovani georgiani, costringendo le famiglie a guardare. Imponevano alle madri di mangiare i bulbi oculari dei figli, ai padri di stuprare le proprie figlie sotto minaccia di sterminio. Una bambina di 12 anni fu ritrovata impalata, la pelle rigirata come un sacchetto. Queste atrocità sono documentate, eppure si preferisce censurarle per “buongusto”. Ma la verità non può essere filtrata: dobbiamo conoscerla per evolverci. Non so come verrà accolto questo articolo, né se riuscirà a scardinare la propaganda russa che ha già contaminato molte menti. Ma voglio aprire un dialogo. Mi offro volontario per raccontare queste verità ovunque possibile, perché ora è il momento di risvegliarsi, prima di cadere in un sonno senza ritorno.