La possibile svolta Europa pensati libera, Usa, Russia e Cina si contrastano superando le colonne d’Ercole mentali:
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i nuovi partner sono Canada, Balcani, Israele e Turchia. L’Europa è isolata. A est Putin non vuole la pace. A ovest continua la rappresaglia commerciale
Antonio Picasso 14 Marzo 2025 alle 17:03ilriformista.it lettura3’
L’Europa è isolata. A est Putin non vuole la pace. A ovest continua la rappresaglia commerciale. Dobbiamo uscire da questo angolo, quindi. Prendere in seria considerazione tutte le opzioni finalizzate a un nostro nuovo riposizionamento internazionale. RearmEu va in questa direzione. Ma non è sufficiente. Di fronte a Usa, Russia e Cina, che perseguono progetti espansionistici – vuoi con le armi o con i commerci – l’Europa deve rendersi conto se deve fare altrettanto, oppure subire passivamente gli effetti di questa corale aggressività di regimi che non ci riconoscono.
È necessario varcare le nostre colonne d’Ercole mentali che non ci permettono di ragionare in maniera anticonvenzionale, come invece fa Washington. Il piano dell’Amministrazione Trump si sviluppa sulle tre direttrici della rotta artica, attraverso la Groenlandia, del Sudamerica, via Panama, e infine verso l’Oceano Pacifico. Cosa ci vieta di valutare seriamente un progetto di integrazione europea che vada oltre i nostri confini geografici e si sviluppi sui quadranti dell’Atlantico e del Mediterraneo? Ovvero dove l’Europa è da sempre. Tra storia moderna e Nato, è qui che si è formata l’Unione.
I nuovi fronti dell’Europa
È ora che l’Ue cambi il suo modo di approcciarsi a partner quali Canada, Turchia e Israele. E ovviamente verso i Paesi balcanici. Sul versante atlantico, con Ottawa finora, le relazioni non sono mai andate oltre l’ordinaria amministrazione. Pur con un’ottima gestione. Le circostanze odierne hanno permesso l’intensificazione del dialogo. Qualora la bolla dei dazi dovesse sgonfiarsi, sarebbe opportuno che questa partnership si consolidasse. Andando così oltre la coabitazione nel G7 e la condivisione dei valori della libertà e della democrazia. Logicamente questo percorso ha l’obbligo di transfer via Londra, dove l’Atlantico lo conoscono. Non si può pensare che il più esteso e ricco Stato del Commonwealth faccia il suo ingresso a Bruxelles prima che il Regno Unito vi torni dopo la Brexit. Il constante impegno diplomatico di Starmer e lo sforzo militare e finanziario britannico a sostegno dell’Ucraina sono un ticket che l’Ue dovrà riconoscere a Downing Street.
La Penisola balcanica e il rischio “nemico alle porte”
Diverso e certo più complesso il versante del Mediterraneo. La Penisola balcanica è storicamente la polveriera d’Europa. Lì si è combattuta la sola guerra che questo continente ha vissuto dal 1945 al conflitto russo-ucraino. Lì si consumano rivalità etiche e confessionali, tensioni tra democrazie e autocrazie e flussi migratori alla stregua del Novecento. Quei Paesi che oggi fanno anticamera a Bruxelles, qualora non fossero integrati, cadrebbero sotto l’influenza di regimi ben più spregiudicati della ligia Unione europea. Con il rischio così di avere “il nemico alle porte”. Ben più prossimo di Kyiv. Belgrado è dietro l’angolo, infatti. Certo, è ben chiara l’eventualità che il potere vada a chi la democrazia rigetta, pur avendo vinto grazie a questa. Orban ne è un esempio. Ciononostante non possiamo precluderci il completamento dell’integrazione dove è già in corso.
Il lavoro sporco turco
Oltre il Bosforo, poi, c’è la Turchia. Il cui dossier d’ingresso nell’Ue è in stallo dal 2016. Eppure Ankara è quella che fa il lavoro sporco. Blocca le navi russe nel Mar Nero, fa cadere Assad in Siria, filtra le immigrazioni verso le nostre città. Sarebbe ingrato non tener conto di quanto Erdogan, pur con tutti i suoi scheletri nell’armadio – ma anche in bella mostra – ha fatto per garantire la nostra pax europea.
Israele nell’Ue
Infine Israele. Da quanto non si parla più del suo ingresso nell’Ue? Bisogna tornare al 2007, con l’allora Ministro degli Esteri israeliano, Tzipi Livni, che ne valutò la possibilità. Non se ne fece nulla. Soprattutto a causa del conflitto israelo-palestinese. Eppure è proprio questo, dopo i fatti del 7 ottobre 2023, che dovrebbe indurre l’Europa a mostrare più coraggio e a tendere la mano verso una democrazia anch’essa in crisi e la cui cura sarebbe proprio avvicinarsi a chi condivide gli stessi valori. Siamo nell’immaginazione più bizzarra o nella realpolitik? La ragionevolezza porta a dire che son solo teorie. Ma è davvero il tempo di essere cauti?
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Da dagospia.com
Traduzione da https://itep.org/ - Institute on taxation and economic policy
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