Trump attacca Putin, giustificando il ruolo di pontiere della Meloni tra USA e UE. Intanto Calenda lancia una nuova opposizione con dentro Tajani
Anselmo Del Duca 31.3. 2025 ilsussidirio.net lettura3’
Fermi tutti: forse l’asse Trump-Putin è già saltato. Se il presidente degli Stati Uniti si dice arrabbiato (il termine usato, in realtà, è più triviale) con l’autocrate del Cremlino, minacciando dazi in assenza di un’intesa sulla pace in Ucraina, forse il nuovo ordine mondiale torna in discussione, e ogni posizionamento politico potrebbe dover essere rivisto.
In attesa delle prossime puntate della telenovela trumpiana, la cautela è d’obbligo a tutti i livelli. Ci si potrebbe pentire di ogni mossa avventata. Vale anche per i capi di governo, e quindi la cautela sin qui mostrata da Giorgia Meloni potrebbe non essere affatto cerchiobottismo, bensì saggezza. Cautela, quindi, su tutta la linea, dalle scelte di fondo in tema di difesa europea e di sostegno a Kiev, così come sulla guerra a colpi di tariffe doganali che a partire da metà di questa settimana potrebbe scatenarsi fra il Vecchio Continente e il Nuovo Mondo.
Ogni canale in questo scenario deve essere tenuto aperto, chiudersi dietro una porta potrebbe rivelarsi un danno irreparabile. La premier si muove mostrando la consapevolezza della delicatezza del momento. Salvini si fa forte del sondaggio pubblicato dalla Stampa, secondo cui il 94% degli italiani è contrario all’invio di soldati in Ucraina, sotto qualunque bandiera, anche ONU. Tajani replica che non c’è bisogno di sfasciacarrozze. Volano gli stracci, ma alla fine la sintesi toccherà a Meloni, e quindi, le liti dovranno rientrare. E, in fondo, quel sondaggio così netto suona come un monito anche per la stessa premier: qualunque linea futura dovrà tenere conto di questa ferma contrarietà dell’opinione pubblica a ogni coinvolgimento nello scenario russo-ucraino.
Tajani, al contrario, la posizione l’ha già scelta, senza se e senza ma dalla parte di Ursula von der Leyen e del piano europeo di riarmo. E la divaricazione nella maggioranza fa il paio con quella nel campo delle opposizioni. Il congresso di Azione ne ha fornito una nitida conferma. Calenda ha spiegato che il suo partito si sente emanazione dei “volenterosi” europei, insieme a +Europa, Forza Italia e la parte più avveduta del Pd. Volenterosi, quindi con Kiev senza tentennamenti, anche sull’invio di truppe, dovesse servire a vigilare la pace, quella che ancora non si vede all’orizzonte.
L’uscita netta di Calenda ha come primo effetto di terremotare l’opposizione, che oggi non risulta avere la forza di coagularsi in uno schieramento alternativo al centrodestra. Per Elly Schlein peggio di un dito in un occhio, anche perché il leader di Azione indica in Paolo Gentiloni il suo premier ideale. Una mossa che al Nazareno non può essere vista se non in senso ostile, anche se ovviamente non è per l’oggi, ma per il domani, forse il dopodomani.
La coalizione dei volenterosi potrebbe essere una prospettiva a lungo termine in grado di rimescolare i poli, almeno sul piano teorico. È un’ipotesi che avevamo già avuto modo di avanzare su queste pagine. Di sicuro il solo discuterne taglia l’erba sotto i piedi della segretaria democratica, sempre più in difficoltà a tenere insieme anime fra loro sostanzialmente inconciliabili.
Il fattore di politica estera potrebbe diventare il nuovo discriminante degli scenari futuri in chiave interna, anzi sembra esserlo già diventato. Molto comunque dipenderà da Trump e dalla trattativa con Mosca. Se ci sarà o meno un riavvicinamento con l’Europa. Sino a che questi nodi di fondo non saranno stati sciolti, l’approccio guardingo di Giorgia Meloni sembra essere il più avveduto.
Poiché il terremoto geopolitico indotto dal ritorno del tycoon alla Casa Bianca è solo all’inizio, cercare di essere ponte fra USA ed Unione Europea conferisce un ruolo politico al quinto governo per durata della nostra storia repubblicana.