Lo stesso Trump è un epigono, i capiscuola sono i macho-nazi-miliardari del web, che gioiscono per avere chiuso il programma di aiuti ai paesi poveri
Francesco Cundari 31 Marzo 2025 linkiesta.it lettura2’
scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette
Nel fine settimana l’account X ufficiale della Commissione esteri della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti ha postato (twittato? icsato?) un breve video (gif animata, meme mobile, fate voi) in cui dei signori con le facce ridenti di Donald Trump, J.D. Vance ed Elon Musk portano a spalla, ballando per la felicità, una bara con su scritto «Usaid».
L’immagine degli uomini più ricchi e potenti del pianeta che gioiscono per avere chiuso il programma di aiuti ai paesi poveri, mentre continuano ad arricchirsi anche grazie ai mille spudorati conflitti d’interessi in cui nuotano come pesci nell’acqua, non è semplicemente qualcosa di osceno. È il segno della nuova epoca, già annunciata dal video su «Trump Gaza» ritwittato (ripostato? reicsato?) dall’account ufficiale del presidente degli Stati Uniti, e prima ancora dal meme con cui Musk irrideva Volodymyr Zelensky (una specie di fotomontaggio con il volto del presidente ucraino appiccicato sulla faccia di un tizio immortalato mentre sembra stia facendo un grosso sforzo, con sopra la scritta: «Quando sono passati cinque minuti e non hai ancora chiesto un miliardo di dollari in aiuti»). Per la cronaca, il meme di Musk era dell’ottobre 2023, a conferma di quanto, anche sull’Ucraina, tutto fosse già chiarissimo da tempo, per chi voleva vedere.
Il fatto che originariamente quello ripostato da Trump su Gaza fosse un video satirico, quindi contro di lui, non ha ovviamente nessuna importanza, o perlomeno non come obiezione, per la stessa ragione per cui non ha nessuna importanza sapere se l’orinatoio di Marcel Duchamp fosse stato sradicato nottetempo da qualche bagno pubblico o fosse stato costruito appositamente. Quello che conta è la sua collocazione e dunque il nuovo significato che acquisisce. Quello che conta è la nuova estetica dei predatori, di cui in verità lo stesso Trump è un epigono.
I veri capiscuola sono Musk e il circolo dei broligarchi alla Peter Thiel (mentore di Vance), quella ristretta ma influentissima cerchia di macho-nazi-miliardari del web insediati alla Casa Bianca o nelle sue immediate vicinanze. Sono loro i veri portabandiera dell’epoca che si sta aprendo. La definizione di «predatori» l’ho presa dal nuovo libro di Giuliano da Empoli, “L’heure des prédateurs”, che esce in questi giorni in Francia per Gallimard e presto anche in Italia per Einaudi, e contiene un’immagine tanto azzeccata quanto angosciante. In questi anni, scrive da Empoli, i leader delle democrazie occidentali si sono comportati con i signori della tecnologia come gli aztechi del XVI secolo dinanzi ai conquistadores. In tutte le capitali, la scena si è ripetuta sempre identica: l’oligarca sbarca dal suo jet privato, con «l’aria piuttosto imbronciata di chi è costretto a perdere tempo con un antiquato capo tribù», mentre il politico, dopo averlo accolto con tutti gli onori, passa «buona parte del breve incontro a supplicarlo di accordargli un polo di ricerca, o un laboratorio di intelligenza artificiale, e finisce per accontentarsi di un selfie al volo». Ma come nel caso di Montezuma, la docilità non basta ad assicurare ai leader democratici la sopravvivenza. «Dopo aver fatto finta di rispettarne l’autorità, i conquistadores hanno progressivamente imposto il loro dominio. Oggi, l’ora dei predatori è suonata e ovunque le cose si stanno mettendo in modo tale che tutti conti da regolare saranno regolati col fuoco e con la spada».