Sulla tregua il capo del Cremlino ha posto mille condizioni, ma per il presidente americano la sua risposta è «promettente»,
Francesco Cundari 14 Marzo 2025 linkiesta.it lettura2’
scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette
Per qualche ora, ieri, l’iniziale contrarietà al cessate il fuoco manifestata dai portavoce del regime russo ha alimentato le speranze di chi contava sul rifiuto di Vladimir Putin per smascherare la narrazione pseudo-pacifista dei suoi sostenitori, coltivando persino l’idea che potesse rovesciare l’atteggiamento smaccatamente pro-russo di Donald Trump.
Ma già nel pomeriggio il capo del Cremlino si è detto d’accordo a fermare le ostilità, aggiungendo tuttavia che «il cessate fuoco dovrebbe essere tale da portare immediatamente a una pace duratura». Dichiarazione subito definita «promettente» da Trump. Io la definirei piuttosto minacciosa, specialmente considerando le numerose condizioni, precisazioni e richieste che la accompagnavano.
Tanto per cominciare, Putin ha espresso infatti la preoccupazione che gli ucraini vogliano sfruttare la tregua per riarmarsi, confermando così i miei peggiori sospetti, e cioè che sia lui a voler sfruttare la trattativa per disarmarli, come in parte gli era già riuscito, dopo la clamorosa rottura dello studio ovale tra Stati Uniti e Ucraina, e la conseguente sospensione delle forniture di armi e di informazioni di intelligence americane, che hanno facilitato non poco gli ultimi successi russi sul campo.
Mi pare anche significativo che proprio mentre dagli Stati Uniti arriva la proposta di un cessate il fuoco Putin si faccia riprendere, nel Kursk appena riconquistato, in divisa militare, dopo tutte le polemiche suscitate dall’abbigliamento di Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca. Tra le varie condizioni al limite della provocazione, oltre al ritiro dei soldati ucraini dalle regioni che la Russia non è ancora riuscita a conquistare del tutto, c’è persino la richiesta di nuove elezioni per sostituire Zelensky. Elezioni che peraltro comporterebbero di fatto la certificazione del definitivo abbandono dei territori occupati, dove certo gli ucraini non potrebbero andare a votare.
Insomma, come scrive il New York Times, «le dichiarazioni del leader russo hanno fatto capire che vuole allungare i negoziati o rendere impossibile una tregua». Io mi domando però se abbia ancora senso interrogarsi sulle reali intenzioni di Putin o congetturare sulla possibilità che faccia arrabbiare Trump, e se non avrebbe più senso, semmai, osservare le mosse di Trump per dedurne i desideri i Putin. Voglio dire, se il presidente americano fosse semplicemente un burattino del leader russo – perché ricattato, per affinità ideologica o semplicemente perché innamorato – cosa avrebbe potuto fare di più o di diverso da quello che ha fatto finora?
Dall’immediata esclusione della possibilità per l’Ucraina di entrare nella Nato alla delegittimazione di Zelensky come leader democratico, dalla scelta di trattare la pace a un tavolo con la Russia, senza l’Ucraina, fino al virulento scontro nello studio ovale con Zelensky, cos’altro avrebbe potuto inventarsi un uomo che avesse voluto soltanto realizzare tutti i desideri di Putin? Delle cinque cose che ha fatto o dichiarato di voler fare Trump da quando ha cominciato a dedicarsi alla guerra in Ucraina sappiamo che quattro erano storiche richieste russe. Perché mai non dovrebbe esserlo anche la successiva?